Giulia arriva in una vecchia colonia marina trasformata in residenza per artisti. Appena mette piede nell’atrio, un assordante crollo del controsoffitto la costringe a fermarsi mentre una nube di polvere e calcinacci invade il salone. Quando il frastuono si placa, dalla coltre emerge Teo, il giovane custode dell’edificio, che la aiuta a rialzarsi e le presenta Edda, un’anziana e celebre scrittrice residente nella struttura. I tre alzano gli occhi verso il soffitto sfondato e scoprono che il crollo ha rivelato una grande apertura circolare nascosta sotto il cartongesso: una cupola di vetro annerito, profonda e indecifrabile, come se la luce non riuscisse a penetrarla. Edda rimane turbata e sostiene di avere l’impressione che quell’oculo non sia mai esistito prima di quel momento, come se fosse comparso soltanto ora. Le sue parole lasciano Giulia inquieta, ma nessuno riesce a trovare una spiegazione. Più tardi, dopo una lunga passeggiata sul lungomare, Giulia rientra nella colonia. Gli operai hanno già ripulito i detriti, ma l’oculo continua ad attirare irresistibilmente il suo sguardo. Salendo verso il piccolo appartamento che le è stato assegnato, attraversa l’edificio osservandone gli spazi e i dettagli, mentre fuori annota mentalmente insegne, edifici e scorci della cittadina, come fa sempre prima di fotografarli. Ogni sera, infatti, sceglie un’immagine della giornata che desidera fissare con la macchina fotografica. Quella notte torna con la mente alla colonia vista dall’esterno: immersa nella foschia, circondata dai pini marittimi e dominata dalla cupola appena scoperta, la costruzione le appare sotto una forma inattesa, simile a una gigantesca macchina fotografica pronta a imprigionare la luce e a custodire qualcosa che attende di essere rivelato…

Acutezza si apre con un crollo improvviso. Nella colonia marina che ospita una residenza per artisti, il cedimento di un controsoffitto porta alla luce un oculo rimasto nascosto per decenni. Da quel momento lo spazio stesso sembra modificare il proprio significato: l’edificio diventa un organismo da osservare, attraversare e decifrare, mentre la vicenda si sviluppa lungo il sottile confine tra percezione e realtà. Michele Ghiotti costruisce un romanzo difficilmente riconducibile a un solo genere. Il punto di partenza richiama il mystery: un luogo isolato, una scoperta inattesa, una comunità ristretta e una domanda destinata a propagarsi ben oltre l’evento iniziale. Progressivamente, però, il racconto si sposta verso il perturbante, sfiorando l’horror psicologico e la narrativa weird. L’inquietudine non nasce da ciò che irrompe dall’esterno, ma da ciò che altera impercettibilmente il modo in cui i personaggi guardano il mondo. Il titolo sintetizza il nucleo del romanzo: “acutezza” è una parola che conserva qualcosa di enigmatico, pur dichiarando con chiarezza il proprio significato. Rimanda alla capacità di cogliere dettagli invisibili agli altri, ma anche al rischio implicito in uno sguardo che finisce per vedere troppo. L’acume, qui, non rappresenta un semplice talento: diventa una condizione che modifica il rapporto con la realtà e che investe ogni personaggio in maniera diversa. I personaggi, d’altronde, sono ben delineati attraverso gesti, dialoghi e piccoli dettagli: ognuno porta con sé un diverso modo di reagire all’anomalia che attraversa la colonia e contribuisce a costruire una rete di rapporti che alimenta il mistero. La trama è ben congegnata e procede per accumulo di indizi, aprendo interrogativi che trovano posto all’interno di una riflessione sul bisogno di attribuire un ordine a ciò che sfugge alla comprensione. L’elemento fantastico non prevale sulla dimensione narrativa, ma si intreccia con essa, lasciando che il dubbio accompagni il lettore lungo tutto il percorso. La scrittura procede con fluidità, sostenuta da una sintassi che lascia spazio alle immagini e alle suggestioni. L’attenzione per gli ambienti è costante: la colonia, il lungomare, la cupola, i corridoi e gli spazi comuni assumono una presenza concreta e contribuiscono alla tensione narrativa, senza mai trasformarsi in semplici scenografie. Tra le curiosità che colpiscono, infatti, vi è proprio la scelta dell’ambientazione: la colonia marina non è un semplice scenario, ma un luogo che diventa parte attiva della storia, quasi un personaggio aggiuntivo. Anche il motivo dell’oculo, che emerge dal crollo iniziale, attraversa l’intera narrazione come un’immagine ricorrente, assumendo di volta in volta il valore di apertura, soglia, occhio o dispositivo ottico. Ne risulta un romanzo che costruisce un’atmosfera in cui ogni dettaglio sembra poter modificare il significato di ciò che lo circonda, invitando, in primis, i personaggi e, poi, chi legge a interrogarsi su ciò che vede e su ciò che, invece, potrebbe essergli sfuggito.