1994. Lidia è in casa e davanti a lei c’è un uomo. Quell’uomo non è Giovanni. Pensa all’analista al quale ha confessato che vorrebbe decorare le terrazze e metterci i fiori, o magari prendere un cane, quando in casa non ha nemmeno i mobili, solo un tavolo e qualche sedia. L’uomo che le è davanti le è indifferente, le chiede cosa farà la settimana che viene, una domanda che Giovanni non le avrebbe mai posto. Il suo analista sarebbe felice di sapere che c’è un altro uomo. L’uomo è più robusto di Giovanni, ha più muscoli, i capelli biondi che a Lidia danno fastidio, forse gli chiederà di tagliarli. Poi le chiede se e quando comprerà i mobili, che se vuole può prendere in prestito il furgone di suo padre e accompagnarla, ma che comunque a lui piace anche sedersi sul tappeto. Il tappeto per cui Lidia a Giovanni avevano litigato: secondo lui era un acquisto non necessario. Il tappeto è molto morbido, Lidia non ci ha mai fatto caso, forse è il caso di buttarlo e di comprarne uno nuovo, più grande, ma di che colore? Blu, le suggerisce l’uomo, si intona bene con il marrone del parquet. Ma a Lidia il blu non piace, è cupo. Allora un blu più chiaro, forse. E i bicchieri, Lidia li ha per caso comprati, o sono ancora quelli plastica? Sono di plastica, ma non è importante: questa sera non di beve acqua, dice l’uomo, che si alza, va all’ingresso e dal sacchetto che ha portato entrando tira fuori una bottiglia di vino…

Addio, bella crudeltà è il romanzo d’esordio di Riccardo Meozzi – che però ha pubblicato qua e là qualche racconto – e, come buona parte dei romanzi italiani, parla d’amore. Non tra Lidia e l’uomo del primo capitolo, bensì tra Lidia e Giovanni, il ragazzo con cui Lidia ha passato due anni abbondanti della sua vita. Senza timore di spoiler dunque, si può dire che Addio, bella crudeltà è, più che un romanzo sull’amore, un romanzo sull’amore che finisce, una relazione senza speranza, come lo stesso Meozzi onestamente ha ammesso. Aggiungendo poi che inizialmente il libro doveva mostrare uno sbilanciamento di potere e poi è arrivato il “colpo di genio”, cioè narrare in parallelo due archi temporali differenti. L’inizio della relazione tra Lidia e Giovanni, in cui la sudditanza della prima e la brutalità di quest’ultimo la fanno da padrone; e la loro relazione sul finale, dove sono dipinte l’abnegazione di Lidia e la dipendenza che Giovanni ha nei suoi confronti. Per questo motivo, ma anche per la potenza e la delicatezza dei dialoghi, per il senso di realtà che emerge, Addio, bella crudeltà sembra l’opera matura di uno scrittore navigato piuttosto che il romanzo d’esordio di un classe 1994.