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Quando saremo grandi

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Laura e Riccardo sono amici da molto tempo. Lei, ventinovenne, non ha mai concluso l’università rinunciando alla laurea in Psicologia dopo aver dato una manciata di esami dei quali solo due andati “davvero bene”; vive ancora con i genitori, anche se ormai questa sistemazione inizia a sentirla stretta dovendo badare a una madre affetta da psicosi con allucinazioni, che la sveglia a qualsiasi ora della notte spaventata per la presenza di ragni in se stessa, e perciò dà inizio a una spasmodica ricerca di lavoro come babysitter. Riccardo invece è un tipo fantasioso, si divide tra feste e tempo trascorso con la sua ragazza, Rebecca, che gli piace proprio perché “non è assillante e non richiede attenzioni continue e petulanti”, senza curarsi troppo di quanto viene raccontato dalla gente ma mantenendosi sempre fedele al suo vero io, eppure la sua amicizia con Laura è davvero sincera e genuina. Sempre insieme, impegnati a supportarsi quando tutto il loro mondo inizia ad andare a rotoli, barcamenandosi tra le poche gioie e i numerosi dolori a cui devono far fronte, eppure tanto ciechi su quelli che sono i loro sentimenti…

Incontriamo i due protagonisti Laura e Riccardo in piena notte, quando la prima deve fare i conti con una madre malata il cui calvario è ormai un problema condiviso in famiglia che porta tutti all’esasperazione, mentre il secondo è di ritorno da una festa stanco e desideroso di fare una dormita profonda. Scopriamo poi, nel corso dei brevi capitoli, la pressione esercitata su Laura da un giro di amiche e amici che si laureano e fanno carriera, al punto da spingerla a cercare un lavoro pur di non restare la “pecora nera” inaspettata in una famiglia che l’ha sempre vista come una grande studiosa. L’aspetto emotivo di Riccardo e Laura è ciò che spinge in avanti il racconto, legandoli e separandoli, eppure c’è qualcosa che non funziona del tutto perché la storia alla fine risulta macchinosa, anche per la scelta di darle una conclusione non banale, ma che incide poco. Antonella Caputo, già autrice di Senza biglietto di ritorno - con cui ha esordito nel mondo della narrativa -, lascia che nelle sue parole filtri il suo caro Salento richiamando termini e modi tipici, anche se a volte troppo “barocchi” per il suo stile altrove calmo e armonioso. Pur partendo da un’idea graziosa il risultato è in alcuni tratti privo di mordente e solo a tratti riesce a venir fuori grinta sufficiente a risollevare le sorti della narrazione.