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Le Mariage

Le Mariage

Clara Holly, ex attrice americana, vive a Parigi e in molti sono convinti che la sua vita sia idilliaca. Lei si è perfettamente integrata, abita in un vecchio castello vicino al villaggio di Etang-la-Reine appartenuto a Madame du Barry, un edificio decrepito, sfuggito all’attenzione del ministero preposto, passato di mano in mano, diventato bed & breakfast e poi spogliato di boiseries (pannelli in legno) e caminetti da parte di un russo, finché non l’ha acquistato il marito di Clara, Serge Cray, regista, che per i lavori di ristrutturazione ha furbescamente utilizzato le maestranze degli studi cinematografici per i quali lavora e l’ha arredato con gli oggetti di scena del suo film in costume Queen Caroline. I due hanno un figlio, Lars, sordo dalla nascita, che frequenta una scuola in Inghilterra, nonostante Clara non sia d’accordo, ma il marito è un prepotente e l’ha spuntata anche su questo. Già: in molti sono convinti che Clara abbia una vita ideale, ma non è affatto così con Serge. Peraltro quest’ultimo “traffica” con antichi manoscritti e l’ultimo trafugato, in ordine di tempo, è oggetto di indagini da parte di Tim Nolinger, un giornalista americano squattrinato che insegue storie per riviste conservatrici e progressiste, basta che paghino. Tutto questo avviene mentre proprio Nolinger sta seguendo, con la sua fidanzata Anne-Sophie d’Argel (una giovane francese di buona famiglia che vende antiquariato a tema equestre al mercato delle pulci), tutti i preparativi per le loro imminenti nozze…

Il romanzo Le Mariage di Diane Johnson, pubblicato nel 2000 a tre anni di distanza dal successo di Le Divorce (finalista al National Book Award nel 1997), è appunto il secondo capitolo della sua trilogia franco-americana e si configura come una sofisticata commedia di costume che esplora le dinamiche interculturali tra Francia e Stati Uniti, attraverso la lente del matrimonio e delle convenzioni sociali. Johnson, scrittrice americana nata in Illinois e divisa per decenni tra San Francisco e Parigi, eredita dalla tradizione di Henry James ed Edith Wharton il gusto per il romanzo internazionale di costume, attualizzandolo con acuta sensibilità contemporanea. Ha dichiarato in un’intervista che la sua intenzione era di creare proprio un contrappunto alle conclusioni jamesiane: “Venero Henry James, ma, a pensarci bene, i suoi libri finiscono sempre male. In Le Mariage ho sfruttato questo aspetto. Ho guardato alla letteratura francese, in particolare a Colette, come a una sorta di riflesso di James. In questo caso, come vorrebbe Colette, questi personaggi continueranno le loro storie d’amore”. Una dichiarazione che illumina la strategia narrativa dell’autrice, la quale privilegia una visione francese del piacere e della moralità rispetto all’austerità del canone americano. Dal punto di vista della struttura, il libro presenta una trama intricata, ma rigorosamente orchestrata. Come osservato da “Publishers Weekly”, la manipolazione della trama da parte di Johnson è radicata nel tema centrale dei pregiudizi reciproci tra francesi e americani, estesi persino ai personaggi che condividono la stessa cultura. La critica anglosassone ha evidenziato come i personaggi di Holly e Cray, entrambi americani, illustrino l’incapacità sistematica di valutare accuratamente l’altro anche all’interno della medesima matrice culturale. Le osservazioni di Johnson risultano sofisticate e taglienti, mantenendo un’ironia distaccata che si integra perfettamente con la finezza narrativa e la sensibilità culturale dell’autrice. La critica è stata positiva, con particolare apprezzamento per la capacità di Johnson di coniugare intrattenimento letterario e riflessione culturale, ma se alcuni hanno apprezzato la qualità della prosa e la profondità psicologica, altri hanno trovato eccessivamente stereotipata l’enfasi sulle differenze culturali e disorientante l’alternanza tra le voci narrative. Un aspetto particolarmente interessante dell’opera risiede nella sua esplorazione delle zone grigie morali. Johnson inserisce riflessioni sulla natura del vizio e della virtù attraverso le meditazioni di Clara Holly sulle parole di Colette, suggerendo che il piacere possa costituire una forma di virtù. Questa prospettiva, che potrebbe apparire scandalosa in un contesto puritano americano, viene presentata con leggerezza e intelligenza, evitando sia il moralismo sia il nichilismo.