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Andymon

Andymon. Un’utopia spaziale

Beth (come Beta) è nato a bordo di un’astronave senza nome, figlio in provetta di genitori umani sconosciuti, portato in grembo da un macchinario. Il suo primo ricordo nitido è Ramma: un viso sorridente, occhi amichevoli, sopracciglia folte, naso largo, capelli neri e mossi con cui lui gioca da bambino. Ramma è il suo intero universo affettivo, la figura materna attorno a cui si struttura la sua coscienza. Solo anni dopo ha scoperto che Ramma era soltanto un robot sofisticato, progettato da psicologi dell’infanzia, scienziati cibernetici e designer per simulare perfettamente una madre umana. Eppure Beth, ripensandoci da adulto, prova ancora amore e gratitudine per quel robot: è stata Ramma, macchina incapace di provare sentimenti, a risvegliare la sua umanità e a renderlo un essere umano. Cresce insieme a un gruppo di bambini che si considerano fratelli tra di loro. La primogenita è Alfa, robusta e più grande di lui di sessantotto giorni, e dopo di lui è nata la gracile e graziosa Gamma. Beth ricorda la propria gelosia infantile osservando i giochi tra le due, da cui spesso si sentiva escluso. Quando arriva Delth, il bambino scopre con disorientamento che esistono più Ramme identiche: ognuno ha la propria balia meccanica, e questa rivelazione scuote il suo mondo, costringendolo a imparare la grammatica del “mio” e del “tuo”. Il gruppo si allarga progressivamente con l’arrivo di Ilona, Zeth, Eta e Teth. I bambini giocano, litigano, si contendono i giocattoli, colorano con i pastelli — preferibilmente la biondissima Ilona, che protesta ma a volte si colora da sola di nascosto. Il narratore ha un orsetto che distrugge due volte cercando la “voce” dentro, e che Ramma ripara entrambe le volte raccontandogli dei dolori dell’orsetto maltrattato. Un giorno le Ramme conducono i bambini nel parco costruito nell’astronave, e Beth — abituato agli spazi chiusi — è travolto dallo spavento: là sembra non ci siano pareti, sembra che il mondo si estenda all’infinito in ogni direzione. Non può sapere di trovarsi dentro un cilindro dal diametro di un chilometro: ai suoi occhi il parco svanisce semplicemente nella lontananza. Quella notte sogna che le pareti si dissolvono una dopo l’altra fino a un nero vuoto senza fine. Si sveglia tremante, raggiunge il letto di Alfa e le racconta piangendo che non ci sono muri, da nessuna parte. Lei piange con lui, e lui si calma. Intorno ai cinque anni d’età Beth incontra Guro, uno strano essere bipede seduto su una roccia nel parco. Un altro sofisticato robot, in realtà. Guro si presenta e dichiara che da quel giorno insegnerà loro tutto. I bambini lo accolgono chiedendogli di giocare. Guro inizia tracciando simboli nella sabbia — le lettere dell’alfabeto — inventando storie per ogni segno quando l’interesse dei bambini cala. Quando il gruppo diventa troppo numeroso, Guro si “sdoppia”: compare un secondo Guro identico al primo, tanto che i bambini ben presto non riescono più a distinguerli. I due robot sono in contatto radio tra loro e con il computer di bordo della nave. Guro porta il gruppo di otto bambini — Alfa, Beth, Gamma, Delth, Ilona, Zeth, Eta e Teth — in lunghe spedizioni nel parco, distribuendo zaini pieni di viveri. Esplorano formicai, famiglie di ricci, alberi caduti ricoperti di funghi. Durante una di queste avventure Beth e Delth ignorando gli avvertimenti di Guro saltellano sulle zolle instabili di una palude: il piede di Beth sprofonda nel pantano fino al ginocchio. Guro li tira fuori con una corda, impassibile. Ilona viene morsa da un serpente giallo e, dopo il grido di terrore, trova di grande interesse la siringa che Guro le conficca nel braccio per somministrarle l’antidoto al veleno del rettile. Le giornate si chiudono con i bambini esausti che crollano a cena e si addormentano, pronti a ricominciare il giorno dopo. Tra le molte favole raccontate da Guro, Beth ricorda con chiarezza quella delle formiche. Seduti in semicerchio sull’erba, i bambini ascoltano la storia di 283 formiche che, dopo due settimane di marcia ininterrotta, trovano il luogo per costruire una nuova tana. Ogni formica conosce il proprio compito: scavare, portare materiale, coltivare funghi sotterranei, difendere il formicaio. Quando la costruzione è ultimata e i funghi vengono mangiati per la prima volta, il grande viaggio è compiuto. Ma le formiche più giovani, diventate nel frattempo molte di più, non vogliono limitarsi ad aggiungere un piano all’edificio esistente: preferiscono partire anche loro all’avventura. Un giorno Guro annuncia che parlerà loro della Terra. I bambini non sanno cosa sia, e quando Guro spiega che è una palla gigantesca ricoperta da un enorme parco naturale, Delth lo accusa di sognare o di avere la febbre. Guro mostra fotografie: una sfera blu con macchie bianche e marroni che galleggia nel nero. I bambini fanno domande, scrivono le parole “casa” e “città”, calcolano quante persone possano abitarvi. Beth ricorda che quella sera, vedendo la palla blu galleggiare nel nulla nero, si era sentito felicissimo di non vivere sulla Terra, dove non esistono soffitti, né pareti, né pavimento…

Andymon. Un’utopia spaziale di Angela e Karlheinz Steinmüller alla sua uscita, nel 1982, suscitò tra i lettori di fantascienza della DDR un entusiasmo travolgente, e ancora nel 1989 fu eletto in un sondaggio popolare come il romanzo di fantascienza più amato in Germania Est. Tale ricezione entusiasta non fu meramente il prodotto di un contesto culturale isolato, bensì l’espressione di un’opera capace di intercettare domande fondamentali sull’identità umana, sulla costruzione della società e sul rapporto tra individuo e collettività: interrogativi validi anche oggi. Angela Steinmüller, nata nel 1941, è una matematica; Karlheinz, nato nel 1950, è fisico e filosofo; entrambi vivono da lungo tempo a Berlino. Questa doppia competenza — scientifica e filosofica — conferisce ad Andymon una densità concettuale non comune nella letteratura di genere: la plausibilità tecnica dei processi di terraformazione e di ingegneria biologica si coniuga con una riflessione politica e antropologica di indubbio spessore. Anche dopo la fine della DDR, Karlheinz e Angela Steinmüller hanno continuato a scrivere fantascienza (tutto purtroppo inedito in Italia) e sono stati premiati più volte con il Kurd-Laßwitz-Preis e l Deutsche Fantasy Preis. Scrive Chiara Viceconti nella sua postfazione: “L’unicità dei testi di Angela e Karlheinz Steinmüller è evidente su tutti i livelli testuali. Le differenze stilistiche, generate dalla scrittura di coppia, che risultano in un linguaggio piuttosto complesso sono particolarmente interessanti. L’alternanza di passi dal tono più lirico e altri in cui la scrittura risulta più razionale e meccanica, genera un movimento narrativo peculiare, all’epoca innovativo. Spesso le descrizioni degli elementi legati alla tecnologia e alle ricerche scientifiche su cui si incentrano le storie narrate sono anche arricchite da un lessico tecnico oltre che da riflessioni di tipo filosofico, in cui gli autori si interrogano sulle problematiche ricorrenti nell’ambito dell’esplorazione dello spazio e della sperimentazione di nuove tecnologie. Per quanto riguarda, invece, la narrazione delle vicende finalizzate a delineare i personaggi, queste sono ovviamente caratterizzate da un’analisi dei tratti caratteriali e psicologici delle varie figure”. Il romanzo, articolato in tre parti — La nave, Andymon, E molto più di Andymon — narra la storia di una nave generazionale interstellare a pilota automatico diretta verso un pianeta potenzialmente abitabile. Circa vent’anni prima che la nave raggiunga il pianeta di destinazione, a bordo cominciano a risvegliarsi i primi segni di vita: il giovane Beth è uno dei primissimi esseri umani a nascere da ovuli congelati, cresciuto da robot e protetto dal computer di bordo. I bambini, che crescono come fratelli, non sono legati da vincoli biologici tradizionali, ma condividono lo sviluppo in vitro e crescono in successivi gruppi generazionali con il compito di colonizzare il pianeta Andymon. All’arrivo, la nuova patria dell’umanità si rivela essere un’arida landa desolata con un’atmosfera tossica. Tutte le forze e le capacità dei protagonisti saranno necessarie per terraformare il pianeta e trasformarlo nel paradiso rigoglioso che hanno sognato per così tanto tempo. Ma questa non è l’unica sfida che Beth e i suoi compagni si trovano ad affrontare: le generazioni successive di fratelli più giovani hanno concezioni del tutto proprie riguardo alla forma dell’insediamento, mettendo in discussione il successo dell’intero progetto. Siamo a pieno titolo nel solco della tradizione utopica classica, reinterpretata tuttavia attraverso il filtro della modernità scientifica e della condizione storica della Deutsche Demokratische Republik. Si critica la società della DDR attraverso la rappresentazione di modelli sociali (e socialisti) utopici in contrasto con il socialismo realmente esistente. La tecnica della “verfremdung” — l’estraniamento mediato dalla finzione spaziale — consentiva agli autori di interrogare i fondamenti dell’organizzazione sociale senza esporsi direttamente alla censura del regime. Inoltre è stato importante non specificare se l’astronave generazionale del romanzo fosse stata costruita grazie all’impegno congiunto dell’intera umanità o soltanto di una sua parte, una scelta deliberatamente ambigua che impediva ai censori di classificare il romanzo come propaganda filoccidentale o filosovietica. Il romanzo comunque è ben lontano dal fornire risposte definitive in materia di politica e società. Sono proprio le domande che restano aperte a catturare il lettore e a stimolarne la riflessione. Questa apertura interpretativa è uno dei tratti più maturi del testo: la comunità che si forma sul pianeta non è mai presentata come modello compiuto e perfetto, ma come progetto in continua negoziazione. Vengono certamente ordite trame e intrighi, ma la comunità di tutte le generazioni risolve anche questi problemi senza ricorrere alla violenza, una scelta che può essere letta sia come idealizzazione utopica sia come critica indiretta alla violenza strutturale del regime. Gli stessi autori hanno spiegato come sono riusciti ad aggirare la rigida censura del regime della DDR: “Le utopie finalizzate a mostrare la vittoria di una società orientata in senso comunista erano tollerate. Abbiamo costruito l’opera in modo tale da consentirne un’interpretazione in questo senso. Il sottotitolo Eine Weltraum-Utopie, Un’utopia spaziale, fu dunque una scelta strategica, una forma di mimetismo culturale che consentì al romanzo di superare il vaglio della censura senza tradire la propria sostanza critica. L’edizione Del Vecchio in ogni caso è riferita a quella datata 2020, uscita come secondo volume della raccolta delle opere complete degli autori, profondamente riveduta e arricchita di testi aggiuntivi.