Raul Endymion nasce sul pianeta Hyperion nel 3099 del calendario pre-Egira, ovvero 247 anni dopo la Caduta secondo il computo dell’era della Pax. Cresce in una famiglia di pastori nomadi nelle remote brughiere e praterie del continente Aquila, ma a sedici anni fugge di casa e si arruola nella Guardia Nazionale controllata dalla Pax. I tre anni di servizio trascorrono in gran parte nella monotonia, con l’eccezione di quattro mesi di combattimento nell’Artiglio di Ghiaccio durante la rivolta di Ursa, esperienza violenta che lo segna profondamente. Dopo il congedo accumula esperienze disparate: lavora come buttafuori e croupier in un casinò delle Nove Code, pilota una chiatta lungo il corso superiore del fiume Kans, poi fa l’apprendista presso l’architetto di giardini Avrol Hume in alcune tenute del Becco. È un uomo curioso, lettore vorace, che si è istruito da solo sui libri dopo la prima educazione ricevuta dalla nonna. Ora ha ventisette anni, è più alto della media, ha i calli alle mani e non ha mai lasciato Hyperion. Lavora come guida di cacciatori nelle paludi sopra la baia Toschahi, un centinaio di chilometri a nord di Port Romance, e si trova in quella fase della vita in cui si è convinti — a torto — che nulla di importante possa più cambiare. Una mattina d’autunno, un’ora e mezza prima dell’alba, Raul sveglia i quattro cacciatori che gli sono stati affidati: Rolman, Herrig, Rushomin e Poneascu, uomini d’affari sovrappeso, brontoloni e goffi. Prepara per loro una colazione abbondante, poi ricorda a ciascuno di controllare e pulire le proprie armi. Tre portano fucili da caccia; il quarto, Herrig, ha commesso la sciocchezza di portarsi un’antica carabina a energia, arma del tutto inadatta alla caccia alle anatre. Già in questa fase Raul nota che Poneascu gli passa il fucile con il colpo in canna e la sicura disinserita, ignorando le istruzioni ricevute: Raul corregge silenziosamente l’errore senza fare scenate. Prima dell’alba il gruppo lascia la piantagione abbandonata di fibroplastica che funge da base e si allontana in barca a fondo piatto tra le paludi. Raul manovra la pertica a poppa; con lui c’è Izzy, la sua labrador da riporto, che ha preso da cucciola e che freme di eccitazione contenuta. Le paludi sopra la baia Toschahi sono un ambiente semitropicale, ricco di chalma, foreste di weir e boschi di prometei, ma anche pericoloso: pullulano di sacche di fanghiglia mobile, di acari-dracula grossi come palloni, di serpenti-nastro mimetizzati tra le fronde e di aguglie guerriere capaci di trapassare un dito. Raul conosce ogni insidia e sa che senza una guida esperta i cacciatori sarebbero perduti — o si sparerebbero addosso a vicenda al primo stormo avvistato. Arrivati nella zona di caccia con la luce ancora fioca, Raul sistema metodicamente ciascun cacciatore nel proprio appostamento: Poneascu in un cespuglio con buona visuale sul banco fangoso meridionale, Rushomin a venti metri alla sua destra, Rolman nei pressi della foce dell’immissario. Poi torna a prendere Herrig, che nel frattempo si è già bagnato i pantaloni e lo apostrofa con insulti appena Raul si avvicina a guado. Herrig è un uomo arrogante e volgare, e sfoggia con ostentazione la doppia croce d’oro della Pax e il crucimorfo sul petto: è un cristiano rinato, con tutto il peso sociale e legale che questo comporta nella società della Pax. Raul lo ignora con pazienza professionale, gli toglie di bocca il sigaro acceso per evitare che le bolle di metano nella palude prendano fuoco, e sistema anche la sua botte nella posizione corretta. Prima di allontanarsi raccomanda a Herrig di aspettare che le anatre da richiamo siano sistemate prima di sparare, e di non puntare verso la foce dell’immissario, dove si troverà la barca. Herrig non risponde. Raul torna alla barca, sistema le quattro anatre da richiamo nell’acqua aperta e si acquatta tra le fronde insieme a Izzy. L’alba avanza lentamente: svaniscono i ragnatelidi luminosi e le scie dei meteoriti, il gracidio degli anfibi lascia posto ai richiami mattutini degli uccelli. Quando i germani reali compaiono sopra la linea degli alberi, Raul sente il brivido che prova ogni volta davanti alla bellezza della natura: la gola che si stringe, il cuore che accelera. Tre anatre si staccano dallo stormo e scivolano verso la palude. I quattro cacciatori aprono immediatamente il fuoco. Il primo germano si disintegra colpito da più pallini, il secondo cade a piombo. Il terzo vira bruscamente, scende quasi a pelo d’acqua e punta dritto verso la barca di Raul, cercando scampo tra i rami. Raul grida l’ordine di cessare il fuoco con la voce di comando acquisita da sergente: due obbediscono, ma un fucile e soprattutto la carabina a energia di Herrig continuano a sparare. Il raggio viola taglia l’aria rasente la barca. Raul spinge Izzy sul fondo del natante per proteggerla. Il raggio colpisce. Raul vede con orrore la testa e parte del collo di Izzy staccarsi dal corpo con un tonfo sordo. Stringe ancora il collare del cane mentre il corpo continua a tremare contro il suo petto, poi il sangue caldo inizia a sgorgare a fiotti dalle arterie recise, inondandolo. Raul si rialza e fissa Herrig: il grassone si sta accendendo tranquillamente un sigaro, con la carabina di traverso sulle ginocchia. Raul, furioso, si scaglia verso Herrig: lo scaraventa in acqua e quando riemerge lo colpisce una volta sola con forza in piena bocca, spezzandogli diversi denti. Herrig ricade e batte la nuca contro la botte. Quando riemerge di nuovo, Raul lo spinge sott’acqua e lo tiene lì, osservando le bolle d’aria che salgono in superficie mentre l’uomo si agita inutilmente. Lo lascia andare solo quando i movimenti si fanno fiacchi, ed Herrig riemerge vomitando acqua e alghe. Raul gli volta le spalle, raccoglie i fucili degli altri tre — che ammutoliscono vedendogli il viso insanguinato — e ordina di tornare alla piantagione. Di ritorno alla base, Raul scarica i fucili, li chiude a chiave e abbassa il corpo irrigidito di Izzy, notando il fondo della barca inzuppato di sangue. Poco dopo, mentre prepara qualcosa in cucina, Herrig esce dal dormitorio armato di una pistola militare a fléchettes, arma illegale per i civili in base alle leggi della Pax. Ubriaco di whisky, pronuncia le prime parole di un discorso intimidatorio, ma Raul non aspetta che finisca: si getta a terra mentre la scarica di seimila fléchettes d’acciaio distrugge il fornello, il lavello, gli scaffali e la finestra. Raul striscia sotto il bancone, afferra le caviglie di Herrig e lo fa cadere di schiena. Gli monta sopra, gli assesta una ginocchiata all’inguine e tenta di strappargli la pistola. Herrig tiene la presa e riesce a far entrare una nuova cartuccia in camera. Raul spinge il polso dell’uomo verso l’alto, mentre Herrig spara: la testa dell’uomo si sbriciola. Raul chiama la polizia tramite la radio. In un’ora arriva uno skimmer della Pax — uno dei pochi ancora in buone condizioni sull’intero continente. Lo ammanettano, gli piantano un persuasore corticale alla tempia e lo rinchiudono nella cella del velivolo, mentre gli specialisti forensi raccolgono pazientemente i resti di Herrig dal pavimento e dalle pareti. Sei giorni dopo si tiene il processo. I tre testimoni — Rolman, Rushomin e Poneascu — mentono in modo compatto e coordinato: descrivono Raul come l’aggressore fin dall’inizio, affermano che il cane è morto nella zuffa provocata da lui, e sostengono che sia stato Raul a brandire la pistola illegale minacciando tutti, mentre Herrig aveva solo tentato di disarmarlo. Herrig stesso, risuscitato grazie al crucimorfo dopo tre giorni, compare in aula pallido e scosso ma pienamente recuperato, e conferma la versione falsa con voce incerta. In quanto cristiani rinati, i testimoni non possono essere sottoposti a veritina o scansione cerebrale. Raul si dichiara disposto a sottoporsi a entrambe le procedure, ma il pubblico ministero le dichiara non pertinenti e il giudice accetta. Il difensore d’ufficio non contrasta nulla. Non c’è giuria. In meno di venti minuti il giudice emette il verdetto: colpevole, condanna a morte mediante neuroverga. La richiesta di Raul di poter avvisare i propri familiari nel nord di Aquila viene respinta. L’esecuzione è fissata per l’alba del giorno seguente...

Il terzo e il quarto romanzo del ciclo de I canti di Hyperion sono qui riuniti in una imperdibile Titan Edition pubblicata da Mondadori. All’indomani della pubblicazione de La caduta di Hyperion, Dan Simmons era ben consapevole che l’immensa tela narrativa da lui dispiegata restava, per molti aspetti, incompiuta; tuttavia trascorsero altri quattro anni prima che l’autore tornasse a quel mondo per scriverne i capitoli conclusivi. Così come i primi due romanzi costituiscono, di fatto, la prima e la seconda parte di un’unica vicenda, allo stesso modo Endymion e Il risveglio di Endymion, letti congiuntamente, rappresentano il vero sequel di quello che molti considerano il più grande romanzo di fantascienza mai scritto. Un sequel — è bene dirlo subito — che non raggiunge le vertiginose altezze artistiche di Hyperion. Simmons sceglie infatti di far avanzare la cronologia narrativa di quasi tre secoli, operando una trasformazione radicale dell’assetto politico, religioso e tecnologico dell’universo da lui costruito. Ci troviamo 274 anni dopo la caduta dell’Egemonia, evento innescato dalla distruzione di tutti i portali teleporter. Il protagonista della vicenda viene salvato dal patibolo dal millenario poeta Martin Sileno, che gli affida una missione tanto misteriosa quanto decisiva: proteggere la dodicenne Aenea, figlia di Brawne Lamia e del cìbrido di John Keats. Ha così inizio un lungo viaggio — intrapreso dai due protagonisti insieme all’androide A. Bettik — che dapprima li conduce lungo il fiume Tethys a bordo di una zattera (Mark Twain e Philip José Farmer, se ci siete battete un colpo!), e quindi di pianeta in pianeta: Vettore Rinascimento, Mare Infinitum, Hebron, Sol Draconis Septem, Qom-Riyadh, Bosco Divino, fino alla destinazione finale, un remoto pianeta ritenuto ormai morto. La vera missione è però di natura ben più profonda: distruggere il Pax, l’entità politico-religiosa che governa l’umanità attraverso il controllo dei “cruciformi”, simbionti capaci di garantire la resurrezione dei morti. Pura avventura spaziale? Non esattamente. I due romanzi, considerati nella loro unità, rappresentano piuttosto un tentativo ambizioso — e non di rado riuscito — di trasformare la Space Opera in un veicolo di riflessione teologica e filosofica. Il vero nucleo vitale della narrazione risiede infatti nella sua dimensione spirituale e speculativa. Non siamo “semplicemente” di fronte a una storia di governi interstellari o battaglie cosmiche, sebbene tali elementi non manchino; ciò che Simmons mette in scena è piuttosto il vangelo di un messia alieno che predica una forma radicale di umanesimo empatico. Il Vuoto che Lega si configura come una sorta di coscienza condivisa dell’universo, un principio che attraversa e ricompone tradizioni spirituali diverse: dall’animismo allo spiritualismo, dal cristianesimo al buddhismo. Al centro della dottrina di Aenea si colloca un’idea tanto ardita quanto affascinante: l’amore non è soltanto un sentimento umano, un costrutto animale, una percezione individuale, ma una componente fisica dell’universo al pari dell’elettromagnetismo o della gravità. In quanto figura messianica, Aenea si colloca in una posizione singolare, equidistante da Gesù — vi è persino un episodio in cui i suoi discepoli bevono letteralmente gocce del suo sangue — il Buddha e Charles Darwin. Questa operazione sincretica ha inevitabilmente suscitato reazioni divergenti nella critica. Inoltre la rappresentazione fortemente negativa di una Chiesa che ricorda molto da vicino quella cattolica ha alimentato polemiche accese. Interpellato su questo punto in un’intervista a “BookPage”, Simmons ha dichiarato: «Non sono anticlericale in nessun modo; ciò che mi interessa è che gli esseri umani sono quasi sempre corrotti dal controllo che esercitano sugli altri esseri umani. Quella situazione è stata particolarmente tragica per le religioni». Nella stessa intervista, rispondendo a chi interpretava il romanzo come una storia d’amore, lo scrittore osservava: «Penso che tutte le cose semplici possano ancora funzionare — tenere la mano di tuo figlio mentre attraversi la strada è sufficiente. Ma possiamo a malapena sentire quell’armonia per tutto il rumore che ha trasformato l’amore in un cliché». Nel corso delle quasi mille pagine che compongono i due romanzi, Simmons dimostra una notevole abilità nel costruire architetture narrative di grande complessità, anche se non sempre riesce a tradurne pienamente la ricchezza in una rappresentazione altrettanto efficace. Talvolta il ritmo narrativo viene sacrificato sull’altare della completezza, e soprattutto il romanzo conclusivo della quadrilogia assume, in alcuni passaggi, un tono lievemente pedante, smarrendo parte della sua originaria incisività. E tuttavia l’autore dimostra una notevole maestria nel condurre la storia verso un finale solido e compiuto, capace di chiudere davvero le numerose linee narrative aperte — un risultato tutt’altro che scontato e per il quale il lettore non può che essergli grato. Sul versante del world-building, invece, il giudizio non può che essere entusiastico: l’ampiezza delle conoscenze mobilitate dall’autore, unita alla sua inesauribile inventiva, produce un universo narrativo di straordinaria densità e ricchezza immaginativa. Endymion fu selezionato per il Locus Award del 1997, mentre Il risveglio di Endymion vinse il Locus Award come miglior romanzo di fantascienza e fu candidato all’Hugo Award nel 1998. La tormentata vicenda degli adattamenti cinematografici e televisivi del mondo de I Canti di Hyperion costituisce, infine, un capitolo a sé stante, quasi emblematico delle difficoltà che Hollywood incontra quando si confronta con opere di tale complessità. Per decenni i diritti dei romanzi sono stati contesi, passando di mano in mano all’interno dell’industria hollywoodiana. Nei primi anni Duemila Martin Scorsese avviò trattative per dirigere un film con Leonardo DiCaprio come co-produttore, ma la sfida tecnica si rivelò semplicemente troppo complessa e costosa per le tecnologie dell’epoca. Nel 2009 la Warner Bros. avviò un primo tentativo di adattamento cinematografico affidando la regia a Scott Derrickson, con una sceneggiatura di Trevor Sands che tentava di condensare i primi due libri in un unico film. Anche questo progetto, tuttavia, non giunse a compimento. Nel giugno 2015 il canale satellitare Syfy annunciò lo sviluppo di una serie evento con Bradley Cooper e Graham King come produttori: un formato seriale che avrebbe offerto maggiore respiro alla complessità narrativa dell’opera. Ma anche questo progetto rimase nel cassetto. La svolta più recente risale al 2021, quando Bradley Cooper ha lanciato un nuovo marchio produttivo riportando il franchise da Syfy alla Warner Bros. con l’intenzione di realizzarne un lungometraggio. Graham King, premio Oscar, è rimasto coinvolto come produttore, mentre la sceneggiatura è stata affidata a Tom Spezialy, già produttore esecutivo della serie Watchmen di HBO. Un retroscena: in questa fase Dan Simmons avrebbe espresso pubblicamente la propria frustrazione nei confronti di Bradley Cooper, accusato di aver ignorato il suo contributo creativo al progetto.