In una piccola città di provincia, dalla fine degli anni Ottanta e per tutto il decennio successivo, accade qualcosa che il mondo letterario italiano non si aspetta: una rivoluzione. Non nei salotti romani o nelle grandi redazioni milanesi, ma in una stanza di via Piave, ad Ancona. A muovere tutto è uno studente di filosofia, Massimo Canalini, senza laurea, convinto che il futuro della letteratura venga dal basso, da chi non ha mai messo piede nei salotti giusti. L’incontro con Pier Vittorio Tondelli trasforma questa intuizione in progetto: Under 25, tre antologie tra il 1986 e il 1990, con le due case editrici di Canalini, Il lavoro editoriale, già attiva dal 1979, e Transeuropa, spin-off nato proprio nel 1987 sull’onda delle nuove intuizioni di questo punk della letteratura, con racconti di scrittori selezionati da tutta Italia. Emergono Silvia Ballestra, Romolo Bugaro, Andrea Canobbio, Giuseppe Culicchia. E poi, nel 1994, il colpo più clamoroso: Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, caso da cinquantamila copie per Transeuropa, destinato a diventare il fenomeno da un milione di copie (ripubblicato negli anni da Baldini+Castoldi e Mondadori). Il metodo è controverso: un editing pervasivo, con riscritture di interi capitoli e riunioni che durano giorni. E c’è il paradosso strutturale della piccola editoria: si scopre il talento, lo si lavora, lo si perde. Chi raggiunge il successo abbandona la piccola casa per i grandi gruppi. Negli ultimi anni si aggiunge l’ossessione per Tondelli, morto nel dicembre del 1991: una ricerca che sfocia nella tesi rifiutata da quasi tutti di uno scrittore che avrebbe incarnato la parte dell’omosessuale come gesto sacrificale, ispirato da René Girard. Una scommessa letale per i conti e per i rapporti tra i protagonisti. Cosa rimane di una visione quando la macchina commerciale impone le proprie regole anche agli ultimi resistenti?

A queste e ad altre domande prova a rispondere Giulio Milani nel memoir Codice Canalini. Ingrate patrie lettere!. Milani è scrittore, editore e agitatore culturale (suo lo “schiaffo pedagogico” a Giuseppe Conte nel 2023). Autore di romanzi e del saggio storico I naufraghi del Don (Laterza, 2017), da circa vent’anni guida la stessa Transeuropa di cui fu allievo. Il libro nasce come instant book dopo la morte di Massimo Canalini, nel settembre del 2024. È un oggetto ibrido — memoir, pamphlet, biografia non autorizzata — scritto con l’energia caotica e generosa del suo soggetto. La parzialità è dichiarata: non un monumento, ma un atto di resa dei conti tra discepolo ed erede. Il confronto con altri modelli dell’epoca è inevitabile: Canalini rifiutò di partecipare alla nascita di “Stile Libero” nel 1996, definendolo uno “Stile Libro” destinato a sfornare caricature di libri. Preferì fallire per coerenza. Il libro restituisce bene questa dimensione, senza nascondere i costi umani di tale rigidità. Milani riesce a passare con naturalezza dalla fotografia personale alla riflessione sulle dinamiche editoriali, pur lasciando parzialmente in ombra il racconto degli ultimi anni di Canalini, quasi per pudore. Un documento imperfetto ma necessario per chiunque si interroghi su cosa si perde quando la piccola editoria indipendente cede il passo all’industria culturale.