Chi è Silvia? Silvia è una donna di mezza età, sposata da molti anni con Mauro, ingegnere perennemente insoddisfatto del suo lavoro - un brav’uomo eh, nessuno può negarlo -, mamma di Valeria - adolescente frequentante il liceo classico -, insegnante di professione; conduce una vita abbastanza piatta e senza eccessi a P***, noto capoluogo alpino, a poco più di un’ora da Torino. Grazie alle insistenze della sua amica Ada, Silvia si è concessa di prendere parte ad un corso di scrittura, frequentato con grande diligenza, da secchiona, diciamolo pure, ed arrivando, infine, a un diplomino sul cui retro si appunta il suo desiderio di diventare scrittrice affermata. Così Silvia inizia a manipolare parole, né di getto né con troppa minuziosità, cercando un intreccio narrativo accattivante e seguendo i consigli impartiti dai suoi insegnanti del corso. Si affida ad un agente che le suggerisce il titolo L’azzurro mentre mi sorridi e attende fiduciosa che il suo manoscritto trovi chi lo accolga. Ma le settimane passano e il silenzio dell’agente se non la sua tendenza a evitare le telefonate di Silvia la rendono sempre più nervosa, rassegnata, indispettita, impotente. Fino a quando riceve la notizia: la casa editrice B*** la vorrebbe pubblicare, a condizioni tutto sommato accettabili. Non riesce quasi a festeggiare, un po' per pudore, un po' per scaramanzia ma da quella telefonata del suo agente, tutto comincia a girare vorticosamente: la fase di editing, le ultime bozze licenziate, il libro in mano...e poi le presentazioni nelle librerie che le permettono di conoscere gente varia...

La storia narrata da Guido Conterio è una storia di ricerca e definizione della propria identità, di relazioni che prendono forme diverse non appena la routine viene abbandonata in favore di una vita più in linea con i propri desideri; è una storia di noia, di amori trascinati e amanti improbabili che permettono di far emergere parti di sé a lungo, troppo a lungo, sopite. È la storia di una famiglia che si trova d’un tratto ad uscire dalla strada prestabilita, re-inventandosi, definendosi in maniera nuova e creativa promettendo e permettendo, forse, ad ogni componente di trovare una via diversa, anche se la meta non è ancora troppo chiara. La scrittura è davvero particolare dato che l’autore utilizza, come di consueto, un linguaggio forbito, ricercato, che appiccica indifferentemente ai vari personaggi che così risultano avere tutti una stessa voce. Questo secondo me rallenta la lettura, o meglio: tale vocabolario attentamente scelto risulta molto più emergente rispetto alla storia e finisce quasi per divorarla. All’inizio si è quasi intimoriti da questa finezza di stile, poi ci si abitua e si apprezza l’utilizzo di termini desueti e non troppo comuni, si gode del ritmo delle frasi delle quali si intuisce la costruzione studiata e a lungo analizzata; alla fine la scrittura risulta talmente stridente con la storia raccontata, che non se ne può non riconoscere anche un intento ironico. Quello che ne affiora è una storia di provincia, delineata in un lungo arco di tempo, di persone tutto sommato comuni, prevedibili e che vediamo dall’alto, senza scendere troppo in profondità nei tormenti dei singoli, intuendo il lato grottesco ed imprevedibile della vita.