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L’ira di Dio – La peste a Napoli nel 1656

copertina del libro

Napoli, 1656: in città, come in altri luoghi del Meridione d’Italia, è arrivata la peste. Fin dal Medioevo, in era pre-scientifica, con questo termine si indicava un’epidemia generica: colera, morbillo, vaiolo, febbri. Il morbo che invase il capoluogo campano, allora capitale del Viceregno spagnolo, era peste bubbonica. Oggi la definiremmo con sicurezza una zoonosi, perché causata dal bacillo Yersinia pestis, trasmessa all’uomo dagli animali. Pulce, pidocchio, cimice, oppure topi e altri roditori: il responsabile era vago; del resto, allora non si andava tanto per il sottile. E sotto il nome di peste, sintomi ed esiti simili tra loro erano già stati raccontati da Ippocrate, Tucidide, Aristotele, Galeno, Avicenna. L’evidenza più solida era la conta dei morti, migliaia, spesso milioni. Eventi tali da connettersi con la Storia dei luoghi; per questo, quella Napoli è anche la storia di una pestilenza. Ed è letta, giustificata, come un castigo divino, l’ira di Dio che si palesa. Violenta, irrefrenabile, all’inizio, per poi tramutarsi in catarsi, per lavare, levare il male. Così, accade a Napoli, dove la peste colpisce nel periodo che, per quella città, è il più travagliato: l’impero spagnolo sconta pesanti conflitti e gravi danni finanziari, eppure ha ancora fame di uomini per la guerra. A ciò si aggiunge una strutturale corruzione e lo sperpero di denaro pubblico per le esigenze totalmente personali dei potenti. Il territorio è arretrato, domina la povertà - talvolta, la carestia - e l’unico afflato di ribellione è il brigantaggio. “Napoli era un immenso carnaio. (…) E qui la peste trovò il terreno fertile dove mietere il suo mostruoso raccolto”…

La peste non è soltanto un evento naturale, un’eccezione del corso della biologia umana e animale che, a causa di inevitabili incroci, determina il corso della storia: vittime, povertà, arretratezza. Nell’analisi di Orselli è la “rottura del rapporto tra uomini e Dei”. Un conflitto, non esente da sfumature mitologiche, religiose. Alla puntuale ricostruzione storica dell’epoca, l’autore di L’ira di Dio affianca riflessioni sociali e umane molto toccanti, riportando alla luce le cronache del tempo. Vi aggiunge anche le leggende che circolavano potentissime in quel periodo. I segni premonitori del morbo, allora, venivano cercati nel sangue di San Gennaro, oppure nel cielo. “Il 16 dicembre 1652, fu vista sciamare nei cieli una cometa, che suscitò meraviglia e grande timore. (…) Due anni dopo, la mattina del 16 agosto del 1654, una eclissi di sole oscurò il cielo di Napoli e quello di mezza Europa”. Si scatenarono anche da questi presagi le convinzioni su un futuro oscuro, dominato dalla morte e dalla privazione della protezione divina. Antonio Orselli, nato a Napoli nel 1953, è un musicista; ha pubblicato numerosi volumi sulle tradizioni e sulle storie dei suoi luoghi, collaborando anche con Roberto De Simone. In questo lavoro si nota la sua capacità di scandagliare archivi e “unire i puntini” tra storia e leggende, facendo emergere il popolo napoletano, stretto tra la morsa delle dicerie pseudo-mistiche e la crudele dominazione straniera. Per concludere che “la tragedia di proporzioni colossali” fu quasi certamente una delle più grandi catastrofi avvenute su questo pianeta, ma anche il seme per il cambiamento, per la rinascita.