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Contrappunto a quattro voci

Contrappunto a quattro voci

Sempre più spesso Emiliano si ritrova a pensare che sarebbe stato meglio non venire al mondo. Almeno non sarebbe stato costretto a vedere il cibo volare per terra, a sentire il rumore dei piatti rotti, a percepire lo sguardo spento della mamma Viola che, ingobbita e abbattuta, è prigioniera di un’infelicità domestica che non le lascia solo lividi sulla pelle, ma le cuce addosso quella sensazione di non valere nulla. Viola ha provato a chiedere aiuto a Edoardo, collega del marito e soprattutto agente della Polizia di Stato, ma il suo grido è rimasto sospeso tra le mura della caserma, un po’ per superficialità, un po’ perché le energie di Edoardo - dopo che la moglie lo ha tradito e ha abbandonato il tetto coniugale lasciandolo con la figlia - sono totalmente concentrate sui capricci della piccola Irene che l’uomo, nonostante l’ansia, è in grado di tranquillizzare. Non riesce ad odiare la sua ex moglie, ma è pervaso da una sensazione di vuoto, razionalizzata dalla consapevolezza che certi amori finiscono e che la maternità forse non è una vocazione, ma una scelta. Proprio ciò che pensa Ester, la quale, sin dai tempi in cui da giovane si guadagnava da vivere facendo la modella all’Accademia delle Belle Arti e la baby-sitter di Ettore e Andrea, ha sempre desiderato diventare madre. Nonostante i tentativi, però, secondo i medici l’utero sarebbe inospitale e l’aborto spontaneo è la conseguenza di quella vita che aveva cominciato a sentire nel ventre qualche tempo prima. Ester vuole ricominciare e assume il posto di insegnante di Emiliano…

Come nella definizione musicale del contrappunto, in base alla quale vi è un’interazione di linee musicali indipendenti che danno origine ad un’armonia, similarmente le vite di Emiliano, Viola, Ester ed Edoardo sono legate da un filo invisibile che attraversa il tempo e lo spazio. La storia, mediante la tecnica del narratore esterno, snocciola le vicende dei quattro protagonisti, conducendo il lettore verso il punto di intreccio delle loro vicende. La prosa, volutamente introspettiva, come testimonia la mancanza di dialoghi diretti, talvolta pecca di poca scorrevolezza e ammassa i pensieri in un gomitolo di lana di cui è difficile apprezzare lo spessore e la profondità. A ciò, inoltre, contribuisce il mantenimento dello stesso tono neutro per tutti i personaggi, come se non vi fosse alcuna caratterizzazione o, perlomeno, differenza tra di loro e nei loro pensieri più intimi, nonostante la chiara discrasia che si dovrebbe rintracciare. In alcuni passaggi, quindi, purtroppo si rinviene una piattezza che mal si accosta ai temi trattati, come la violenza domestica o la maternità, i quali, tuttavia, sono trattati dall’autrice con un linguaggio sensibile e con una delicatezza inusitata. Difatti, sebbene sia probabile che forse tale armonizzazione sarebbe stata conseguita in modo meno prolisso con la forma del racconto in luogo del romanzo, tuttavia, nel complesso occorre riconoscere credito all’abile intreccio dei destini operato, amalgamato da questa ricerca di felicità che sembrava per tutti e quattro ormai perduta.