Cosa distingue un essere vivente da una macchina? E se l’agentività, la capacità di produrre effetti, non implicasse necessariamente vita e coscienza? La “flatline gotica” è il crinale sul quale le opposizioni tra animato e inanimato, organico e artificiale, soggetto e oggetto cominciano a dissolversi. Il gotico non va inteso come regno del soprannaturale, ma quello materialissimo di vampiri, demoni, zombie e creature artificiali capaci di descrivere il funzionamento di sistemi che agiscono senza un soggetto sovrano. Il corpo non termina più con la pelle, entra nei circuiti dei media e delle macchine. Contagio e propagazione si sostituiscono alla riproduzione genealogica. La finzione non si limita a rappresentare il reale, interviene su di esso, lo modifica e arriva a produrlo. La fiction non illustra una teoria: pensa essa stessa e agisce nella realtà…

Materialismo gotico è la tesi di dottorato in Filosofia discussa da Mark Fisher nel 1999. Libro di straordinaria densità ed elevato livello teorico che richiede familiarità con filosofia, psicoanalisi, cibernetica e teoria dei media: lo studio di Spinoza, Marx, Freud, Wiener, McLuhan, Baudrillard, Deleuze e Guattari e poi ancora le visioni di Blade Runner, Videodrome, Il seme della follia e le letture di Gibson, Dick, Ballard per limitarsi ai riferimenti più importanti. Questo accumulo di fonti e i bruschi cortocircuiti tra concetti e opere rendono alcuni passaggi ardui, talvolta più folgoranti che pienamente dimostrati. Ma qui sta anche la potente bellezza del saggio: Fisher non limita la domanda alla somiglianza macchina-uomo, ma mette in discussione il privilegio di quest’ultimo come soggetto autonomo e proprietario dell’azione. La postfazione di Adam Jones, scritta oggi, a oltre venti anni di distanza, chiarisce come il libro è insieme datato e straordinariamente attuale. Figlio dell’immaginario cyberpunk degli anni Novanta uscito sconfitto o – peggio – cooptato dal sistema che intendeva mettere in discussione, riesce ancora, tuttavia, a mantenere vivi alcuni interrogativi su sistemi impersonali, reti, profilazione e interazione uomo-macchina con categorie che il presente rende ancora più pressanti. Le speranze della cybercultura di allora in una tecnologia capace di sfuggire al capitalismo sono state smentite, mentre è stato il capitale a impadronirsi delle reti, trasformandole in strumenti di sorveglianza, raccolta di dati e precarizzazione. Più che prevedere il futuro, il saggio di Fisher resta un formidabile tentativo di ripensare i confini con cui continuare a interpretarlo.