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Nessuna via d’uscita

Nessuna via d’uscita

Mickey Haller ormai non è più l’Avvocato sulla Lincoln: non si occupa più di penale, ma solo di cause civili. Come si dice, però, se nasci tondo non puoi morire quadrato, e il metodo con cui affronta i casi è rimasto lo stesso: un ariete che, un colpo dopo l’altro, sfonda i muri che ostacolano ciò che lui ritiene giusto. Poco gli importa se sta portando in causa un colosso della Silicon Valley che ha “addestrato” male un bot destinato agli adolescenti. Il bot in questione avrebbe indotto AC, così viene chiamato Aaron Colton dagli amici, a sbarazzarsi di Rebecca Randolph, la ragazzina che, lasciandolo, lo ha fatto soffrire. Affiancato da Cisco e Lorna, a cui si unisce in corsa il giornalista McEvoy, Mickey rappresenta sia la madre della vittima sia i genitori del giovane omicida, tutti uniti nell’indicare la Tidalwaiv Technologies – creatrice del bot – come l’unica vera colpevole. I tentativi di intimidazione che seguono ogni offerta economica diventano sempre più pericolosi, nel tentativo di evitare di arrivare al processo. Haller non ha paura, almeno apparentemente. Lui al processo ci vuole arrivare, perché parte del risarcimento consiste nel rendere pubblico il pericolo che l’IA può rappresentare e nell’ottenere delle scuse che dimostrerebbero l’ammissione di colpevolezza. Come quando difendeva i delinquenti, Haller non si risparmia in nulla: la caccia al testimone più incisivo, il mantenimento della “segretezza” sulle sue mosse e nessuno scrupolo. Nel frattempo, la casa della sua ex moglie viene distrutta dagli incendi che stanno devastando la città e lei, Maggie McPherson, appena eletta procuratore distrettuale, torna come ospite nella loro casa coniugale. Il suo principale testimone viene trovato morto, apparentemente per suicidio, e uno dei suoi clienti sembra intenzionato a mollare tutto…

Non si può certo dire che Connelly non sia sempre sul pezzo. Qualunque personaggio metta in campo, qualunque storia decida di raccontare, va dritto al cuore dell’attualità, con una sottile denuncia, sotterranea – ma nemmeno troppo – delle storture che affliggono il suo Paese, ma, come è ovvio che sia, il mondo occidentale in generale. Puntuale e puntuto, il personaggio dell’Avvocato sulla Lincoln è cambiato restando se stesso. Attento agli sconfitti, colpevoli o innocenti che siano, per lui è fondamentale far emergere la verità. Un po’ banale, si potrebbe pensare, e invece non lo è affatto. Certo, la sete di giustizia nei thriller è ovviamente ciò che muove, nella maggior parte dei casi, il detective, il commissario, l’avvocato o l’investigatore di turno. La differenza sta nel modo in cui questa ricerca viene portata avanti. Haller è, potrebbe sembrare, un perdente. Non ha un ufficio prestigioso ai piani alti di un grattacielo; non a caso ha il soprannome che ha. Certo, ha smesso di lavorare nelle automobili, ma non ha cambiato il suo modo di fare né quello di essere. Gioca con giudici e avversari come il gatto col topo e, se messo alle strette, trova sempre una via d’uscita, a contraddire il titolo del romanzo, spesso ai limiti del lecito. Ma conosce così bene il suo mestiere da calcolare al millimetro i rischi. Gioca, sì, ma non imbroglia. Quello che fa, tranne che per la controparte, è palese. Sa esattamente quando attaccare e quando chiudersi in difesa, lasciando che sia chi deve impiccarsi a procurarsi da solo la corda, senza accorgersene se non quando è troppo tardi. L’argomento è tosto, soprattutto se pensiamo che negli USA sono anni luce più avanti di quanto non lo siamo noi e che l’IA è ormai parte integrante della vita dei cittadini, nel bene, ma soprattutto nel male. Connelly ci ricorda, a modo suo e meravigliosamente tradotto da Alfredo Colitto, un proverbio vecchio come il mondo: che sia in una pentola, in un cassetto o in un bot, quello che ci metti ci ritrovi.