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Come agnelli in mezzo ai lupi

Come agnelli in mezzo ai lupi

Roma. Villa Borghese. Armando Raccis avanza a fatica nel folto del bosco. Il buio non gli piace, gli fa paura sin da quando era bambino e la mamma lo lasciava solo ad affrontare l’oscurità. Procede a piedi, inciampa e continua in ginocchio, le gambe gli dolgono. Qualcosa gli striscia accanto e lo coglie il panico. Piange. Il volto sporco di terriccio, in bocca un gusto rivoltante che la manica del giaccone non riesce a portarsi via. Sputa per terra, disgustato, per liberarsi del sapore e delle emozioni e in segno di disprezzo per il bastardo che lo ha attirato lì. Ha sete ma non c’è acqua nella fontana che raggiunge. È esausto, il cuore gli scoppia, la pelle brucia e non ha più fiato: sta vivendo il peggiore dei suoi incubi, ma non vuole morire, nonostante la sua vita schifosa. Nel frattempo, Nemesis lo osserva non visto, vuol giocare e nutrirsi della sua paura, l’enigma nella lettera ne è la prova, ma non credeva fosse così difficile. Raccis cerca di richiamarla alla memoria, parlava di un aiuto che non ricorda, ma l’ha lasciata nel giubbotto scagliato lontano per rabbia, e quando finalmente la ritrova non lo capisce. Non ha armi con sé, cerca qualcosa da poter usare perché vuole affrontarlo preparato, ma il coraggio viene meno quando un fiotto di urina sfugge al suo controllo e gli bagna i pantaloni e poi un temporale scoppia all’improvviso e lo lascia completamente fradicio. Corre, scivola nel fango, si raddrizza e finalmente capisce, lui che conosce perfettamente Villa Borghese. Raggiunge il luogo dell’indovinello, dove trova una pistola: ha intenzione di sfruttare il vantaggio, ma si imbatte in un fantasma...

Terzo romanzo della serie dedicata a Richard Dale, lo psicologo affetto da sindrome di Asperger che collabora con la polizia: l’ennesimo in cui gli inquirenti chiedono aiuto a un consulente laico intellettualmente extra-dotato ma con difficoltà relazionali. Tuttavia Dale, che dovrebbe risolvere il caso, non porta quasi alcun contributo, fino alla fine. Del resto la polizia non sembra molto in gamba, brancola nel buio e le vittime muoiono, l’indagine va a rilento, mal costruita con imprecisioni e senza processo deduttivo né raccolta di indizi o una pista. Marani resta lì ad aspettare da altri soluzioni e aiuti, non formula ipotesi o ragionamenti, è disorganizzato. Altrettanto banali e deboli sono i moventi dei sospettati. Poco contestualizzato, pochissimi sono i riferimenti a Roma. L’inizio in particolare è confuso e la lettura è difficoltosa: bisogna tornare indietro e rileggere, ma in generale non è molto fluido. Lo stile è piuttosto artificioso, la struttura è ridondante e vi è qualche refuso, inoltre è appesantito da elementi e particolari non necessari. I personaggi sono piatti, a tratti banali, quasi dei cliché, Marani-Orso è costruito sulla falsariga di altri commissari dal carattere difficile, non riesce però a farsi amare, risulta semplicemente antipatico e maleducato in modo sgradevole. I dialoghi però sono ben costruiti e realistici e il finale, se pure frettoloso e poco credibile, è inaspettato e concede un (piccolo) riscatto. Il romanzo nasce come storia a enigmi, e Diego Pitea racconta in un’intervista che i rompicapo sono per lui “una sorta di sfida al senso comune, alla capacità della mente umana di superare i propri limiti”, tanto che, continua, “anche la lettura dei miei libri mi piace concepirla sotto questa veste: una sfida implicita fra scrittore e lettore per la supremazia della ragione”. Peccato che non sia riuscito in pieno nel suo intento, perché gli enigmi non sono enigmi! Non vengono spiegati, sono confusi, ingenui, sciatti e poco sviluppati, non riescono a catturare il lettore. Bello, però, il significato implicito del romanzo (che fa riferimento al Vangelo di Luca) “Il destino degli agnelli è quello di essere sbranati dai lupi. Lo accettano, senza mai desiderare di trasformarsi in qualcosa d’altro” ma i ruoli, in alcune circostanze possono invertirsi.