Salta al contenuto principale

Il passeggero

ilpasseggero

Il mare scuro sciaborda impetuoso mentre Bobby Western, sommozzatore professionista, ex pilota di Formula 2 ed ex un sacco di altre cose siede avvolto in una coperta di salvataggio sorseggiando tè bollente. L’operazione di recupero stavolta riguarda un aereo. Non sa molto di questo servizio ma, come sempre, gli interessa fino a un certo punto. Poco dopo, cintura allacciata, regolatore in bocca, maschera sugli occhi, è già in acqua. In fondo al buio, la carlinga dell’aeromobile balena intermittente. Western e Oiler - il suo compagno d’avventura in questa missione di recupero – entrano nell’aereo e notano immediatamente, con l’ausilio di un fascio di luce opportunamente direzionata, le persone sedute ai loro posti. Sembra tutto normale se non fosse che sono tutti morti, con le bocche aperte e gli occhi vuoti. Gli spazi ristretti, uniti al blu livido e mortifero delle acque profonde, gli evocano un senso di claustrofobia dal quale Bobby evade scaltro e agile, effettuando una leggera capriola, non priva di una certa eleganza. Nella cabina di pilotaggio la situazione è la medesima, con il copilota assicurato alla seduta con opportuna cintura di sicurezza mentre il pilota sbatte, inanimato e grottesco, sulla volta del soffitto. Negli occhi del sommozzatore però non tutto sembra quadrare. La situazione, che già istintivamente gli era apparsa strana, lo sembra ulteriormente perché, proiettando l’illuminazione sul quadro di comando, parte della strumentazione sembra essere stata rimossa con calma e senza fretta. Cosa manca? E perché? Una volta riemersi, Bobby e Oiler si confrontano brevemente sul da farsi, ma il germe del dubbio si è già insinuato dentro di loro, lasciando ogni residua certezza sul fondo di un mare prepotente e tirannico …

La triste notizia del decesso di Cormac McCarthy (1933-2023) mi ha colto proprio nel bel mezzo della lettura di questo romanzo, suo imprevisto ritorno dopo quindici anni di rigoroso silenzio e ascetico ritiro dall’agone letterario mondiale. In verità McCarthy, come tutti coloro i quali siano stati talmente bravi o fortunati da proiettare un’ombra tale da travalicare le proprie spoglie mortali, non si era poi davvero ritirato, e questo grazie al dibattito e all’apprezzamento pressoché universale scatenato del suo corpus letterario, del quale si è parlato, scritto e postato moltissimo e - c’è da scommetterci - ancora si parlerà, scriverà e posterà per tanto tanto tempo. Conclusa questa doverosa premessa, con Il passeggero – primo romanzo di una diade composta anche da Stella Maris – ci si tuffa, nel vero senso della parola, in un abisso di sensazioni forti, che si muovono, ora dinamiche, ora introspettive, in un vortice denso e melmoso di echi metafisici e frammentari. Il protagonista Bobby Western, sommozzatore per ripiego a valle di una vita allo stesso tempo straordinaria – nel senso letterale di fuori dall’ordinario, non di invidiabile – e inconcludente è in apnea per gran parte dell’opera, ma perlopiù da un punto di vista strettamente metaforico. Egli è reso inquieto dal suo turbolento passato, incarnato da una costellazione di fallimenti dove brilla, stella polare di un dolore viscerale e autentico, la tragica morte della sua (fin troppo) adorata sorella Alicia, e da un oscuro presente fatto di fughe, sparizioni, spezzettati incontri on the road e istanti rubati. Bobby è quindi un fuggiasco, braccato e costantemente alla macchia, tallonato tanto dalla sua coscienza quanto da misteriosi individui convinti che lui “sappia qualcosa che non deve sapere”, nella più classica delle tragiche suggestioni post-moderne. McCarthy, negli incontri tra il suo protagonista e le varie persone che orbitano attorno al buco nero del suo ego sfrangiato e liso, pennella istantanee che suggeriscono, in filigrana, la volontà di tentare il colpaccio del Grande Romanzo Americano, sogno e chimera di tanti scrittori. Fra i bozzetti di una frontiera moderna, figlia di un’America profonda, stratificata e pigramente infelice, si parla, mischiando toni alti e bassi, del progetto Manhattan e dell’assassinio del Presidente Kennedy, ma anche di amore e redenzione, nonché di filosofia e fisica quantistica (questi ultimi, probabili retaggi della liaison fra McCarthy e il Santa Fe Institute). Ne scaturisce una pietra rara e preziosa, molteplicemente sfaccettata e in grado di riflettere, se esposta opportunamente a una lettura paziente, luci e ombre. Di luci, seppur ammantate dalla funerea e lattiginosa aura di un pessimismo radicale ed entropico, come abbondantemente già detto, ce ne sono molte, ma di tanto in tanto fa capolino anche qualche ombra, dettata principalmente da una stentata familiarità con l’universo post-modernista, che resta, se non altro come canovaccio e a livello di trama, l’impalcatura su cui McCarthy costruisce il suo stratificato edificio. Senza perdere tempo in sterili classifiche nelle quali piazzare Il passeggero in una produzione che annovera pietre miliari della letteratura contemporanea e futuri (se non già) classici, bisogna concludere che tale ritorno, oltre che inaspettato, è ampiamente convincente e può essere inteso, nella sua complessità, come summa - ora esplicita, ora implicita - dei tanti topoi che animano l’universo di un autore che è stato, ancora una volta, in grado di proiettare la grandezza della propria opera al di là della sua intrinseca finitudine mortale.