Arrivata a Lipari in un bar a Marina Corta dopo due bypass falliti, due angioplastiche semifallite, una crisi coniugale, una pandemia e un crollo psichico che le ha tolto le parole, finalmente sembra che tutto riprenda ad avere senso. È lì che mentre ascolta le canzoni sboccate di Giovanni sente tutta la sua fragilità. Osserva tutti quelli che sono nel bar a bere e pensa che probabilmente non hanno la minima idea della storia dell’isola, della vita che si conduceva tra la metà dell’Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento. L’archeologa Maria Clara Martinelli le ha fatto conoscere quanto quel mare fosse stato dal paleolitico un mare di scambi e di commerci, ma nessuno le ha parlato delle donne pescatrici di Lipari, Filicudi, Vulcano, Stromboli e Salina che di notte andavano a pescare e si arrampicavano sulle rocce, che zappavano, coltivavano grano, legumi e patate ma che sapevano anche salpare le nasse per le aragoste e conoscevano i punti in cui trovare i cefali, le murene o le triglie. Sapevano orientarsi con le stelle e per vendere il pescato si spostavano a Palermo, Milazzo e Napoli. La nonna paterna aveva occhi azzurri e pelle lattea. Per lei il mare non esisteva, era solo un’azzurrità che doveva rimanere al suo posto e, come lei, anche tutte le femmine della famiglia avrebbero dovuto rimanere lontane dal sole. E mentre pensa a quelle donne, alle sue spalle giace il monumento commemorativo delle vittime del mare con in cima il motopesca “Le Bande Nere”, un peschereccio di quindici metri che si è inabissato il 16 novembre del 1954, la più grave tragedia del mare che si ricordi in quel posto. Ma in quel gennaio del 2021, in una giornata di sole, sente che deve compiere il rito del bagno anche contro il parere del cardiologo che teme gli spasmi improvvisi. E così fra il nero dell’isola molla il costume e il telo e si immerge. Ormai ha imparato a non aspettarsi niente, prendere il mare e essere consapevole che non esiste niente da capire o indagare. C’è il mare e c’è lei…

La composizione del libro ha origine dall’improvviso riaffiorare nella mente della Santangelo delle prime parole, dopo un periodo di intensa sofferenza e di silenzio, durante una vacanza invernale a Lipari. I ventitré capitoli somigliano alle onde del mare, come dice la stessa scrittrice. Il moto ondoso della narrazione rappresenta l’ecosistema da rispettare e proteggere ma anche un universo di storie e di vite. Compongono infatti questo romanzo racconti di rotte migratorie, cambiamento climatico, estinzione di alcune specie ittiche, quello delle donne pescatrici sulle nostre coste ma anche su quelle del Giappone, o le imprese velistiche di John Crowhurst. Non è proprio un romanzo, appare più come una riflessione intimista, un viaggio all’interno di sé dove il mare diventa un’emozione. Racconta di luoghi e personaggi ma anche di storie personali con uno strumento narrativo diverso dal solito. Il privato diventa pubblico riuscendo a far emergere il clima politico e sociale, passato e presente. L’autrice che ha pubblicato vari romanzi grazie ai quali ha vinto alcuni premi importanti, ma è anche un’editor che ha curato tra i tanti e fatto conoscere Terra matta di Vincenzo Rabito, il diario sgrammaticato di un analfabeta diventato un preziosissimo libro e un’esperta traduttrice. Ricordiamo infatti le traduzioni di Firmino di Sam Savage e Rock ’n’ roll di Tom Stoppard.