Un vecchio marinaio, con la barba grigia e lo sguardo ardente, ferma per strada tre giovani che si stanno dirigendo a un banchetto nuziale e vuole a tutti i costi interloquire con uno di loro. Il giovane protesta, cerca di divincolarsi ricordando che è parente stretto dello sposo e che la festa è già iniziata, ma il vecchio lo trattiene con la mano scarna e gli dice semplicemente: «C’era una nave». L’invitato, infastidito, gli ordina di lasciarlo andare, e il marinaio ritira la mano. Tuttavia, lo sguardo ardente del vecchio cattura la volontà del giovane, che resta immobile e si siede su una pietra, costretto ad ascoltare come un bambino, senza più potersi sottrarre. Il marinaio racconta allora che la nave era salpata dal porto tra i saluti, scivolando allegramente oltre una chiesa, una collina e un faro. Il sole sorgeva a sinistra e tramontava a destra, salendo sempre più in alto man mano che il viaggio proseguiva, fino a stagliarsi a picco sull’albero maestro a mezzogiorno: la nave aveva raggiunto l’equatore. In quel momento l’invitato, sentendo i suoni della festa nuziale e vedendo la sposa entrare nella sala, rossa come una rosa, accolta dai menestrelli, mostra impazienza, ma non riesce comunque a sottrarsi al racconto. Il vecchio narra quindi come un violento uragano avesse colpito la nave, spingendola sempre più a sud nonostante gli alberi piegati e la prua sommersa. Sopraggiunsero poi neve, nebbia e un freddo terribile: la nave si trovò tra crepacci di ghiaccio verdi come smeraldi, in una landa desolata dove non si vedeva alcun essere vivente, solo ghiaccio ovunque, tra crepitii, ringhi e ululati simili a suoni deliranti. A questo punto, dalla nebbia, apparve un grande uccello marino, un Albatros, che i marinai accolsero con grande ospitalità, come fosse un’anima cristiana, nutrendolo per la prima volta. L’uccello volteggiò a lungo intorno alla nave, e proprio quando esso era presente il ghiaccio si spaccò con un boato, permettendo al timoniere di guidare la nave attraverso il varco. L’Albatros si rivelò così un uccello di buon augurio, seguendo la nave nel viaggio di ritorno verso nord tra nebbia e iceberg, posandosi ogni giorno sull’albero o sulle sartie per nove sere, mentre tra vapori bianchi la luna scintillava a tratti. Improvvisamente, però, il vecchio marinaio, con la sua balestra, uccide l’Albatros. La nave prosegue il viaggio verso nord, con il sole che ora sorge a destra e tramonta a sinistra, ma il vento favorevole continua a spirare senza che più alcun uccello segua la nave. I compagni maledicono il marinaio per aver ucciso l’uccello che faceva soffiare la brezza. Quando però la nebbia si dissolve e il sole sorge glorioso, i compagni cambiano idea e affermano che era stato giusto uccidere l’uccello che portava nebbia e foschia, rendendosi così complici dell’atto. La nave, spinta da una brezza leggera, entra nell’oceano Pacifico, prima nave a solcare quelle acque silenziose, finché il vento cade del tutto e la nave resta immobile, come dipinta su un mare dipinto, sotto un sole di sangue a picco sull’albero. I giorni passano senza un soffio di vento: l’acqua scarseggia nonostante sia ovunque intorno alla nave, il mare comincia a imputridire, vischiose creature strisciano sulla sua superficie e fuochi fatui danzano di notte sulle acque luminescenti di verde, azzurro e bianco. I marinai cominciano allora a sognare uno Spirito che li segue dalla terra di ghiaccio, nove braccia sotto la superficie del mare, mentre la sete inaridisce le loro lingue fino a impedire ogni parola. Disperati, i compagni decidono di addossare ogni colpa al vecchio marinaio, e in segno di accusa gli legano al collo, al posto della croce, il corpo morto dell’Albatros…

La ballata del vecchio marinaio, datata 1797-1798, è parte del nucleo fondativo del Romanticismo inglese. Il poema, in sette parti, segue un vecchio marinaio, appunto, nel racconto della sua drammatica esperienza in mare: l’uccisione di un albatro, la morte dei compagni, la sofferenza e la sua eventuale redenzione. Sul piano delle fonti d’ispirazione, la critica ha ipotizzato un legame con il secondo viaggio di esplorazione di James Cook nei mari del Sud, dato che il tutore di Coleridge, William Wales, era stato l’astronomo a bordo della nave ammiraglia di Cook; l’episodio centrale dell’uccisione dell’albatro fu però suggerito direttamente dal poeta William Wordsworth, che aveva letto di un fatto simile nel libro di George Shelvocke sul giro del mondo. E Coleridge stesso raccontò, nella sua Biographia Literaria, che le conversazioni con Wordsworth, suo vicino di casa a Grasmere, si concentravano su «i due punti cardinali della poesia»: la potenza di eccitare la simpatia del lettore mediante una fedele adesione alla verità della natura, e la potenza di conferire l’interesse della novità stendendo sulla narrazione una patina di immaginazione perché tali eventi e situazioni “comuni” appaiano in forma inconsueta e accattivante. Riguardo alla scelta dei soggetti, precisò che per la prima categoria «gli incidenti e gli agenti dovevano essere, almeno in parte, soprannaturali; e l’eccellenza ricercata consisteva nell’interessare gli affetti mediante la verità drammatica di tali emozioni, come naturalmente accompagnerebbero simili situazioni, supponendole reali». Scrive il curatore Franco Buffoni nella sua introduzione che l’approccio di Coleridge - anche negli altri componimenti poetici qui raccolti, a partire da quel Kubla Khan che, pur essendo un poemetto incompiuto sul quale Coleridge non puntava molto, ebbe grande fortuna nei decenni successivi - è quello «dell’ipnosi e della visione, del mistero orfico e sovrannaturale, dell’incanto spaventoso e sublime della Morte-in-vita e della Vita-in-morte (un filone formatosi su influssi medievali reali e spuri di canti ossianici e giovanili suicidi, per vie poi germaniche di Sturm und Drang), è in seguito riconoscibile nelle tematiche di E.A. Poe, nell’Ottocento “maledetto” francese di Baudelaire e Mallarmé, e quindi, nelle sue linee generali, in correnti e movimenti quali impressionismo, formalismo, futurismo, da D’Annunzio a Marinetti a Wilde. Un filone, questo secondo, più popolarmente riconoscibile come “romantico” anche in tanto surrealismo, satanismo e irrazionalismo del nostro secolo». Il poema apparve anonimo nella prima edizione delle Lyrical Ballads (1798), collocato in apertura del volume. L’accoglienza fu tiepida e sorprendente: Coleridge venne informato dal proprio editore che gran parte delle vendite del volume era dovuta a marinai convinti si trattasse di un libro di canzoni nautiche. Lo stesso Wordsworth, l’anno successivo, scrisse all’editore lamentando che l’inclusione del poema avesse nociuto alla raccolta, proponendone l’esclusione dalla seconda edizione; nella seconda edizione del 1800 il testo fu spostato dalla posizione di apertura a quella penultima del primo volume. Coleridge intervenne ripetutamente sul testo nel corso degli anni, considerano la revisione parte essenziale della creazione poetica. L’opera ha conosciuto diverse trasposizioni audiovisive. Nel 1975 Raúl daSilva diresse una visualizzazione fotoanimata con la voce di Sir Michael Redgrave, trasmessa poi in prima serata televisiva americana col titolo The Strangest Voyage. Nel 1977 Larry Jordan realizzò un mediometraggio d’animazione che orchestra le illustrazioni di Gustave Doré con la voce di Orson Welles. Nel 1978 Ken Russell diresse per Granada Television un episodio dedicato a Coleridge nella serie Clouds of Glory, incentrato sugli effetti della dipendenza da oppio, mentre nel 1998 la BBC produsse un film televisivo con Paul McGann nel doppio ruolo di Coleridge e del Marinaio.