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For the wild

For the wild

2012, nella Pennsylvania occidentale si sta svolgendo il raduno annuale del Round River Rendezvous di Earth First!, considerato il più grande raduno di ambientalisti radicali provenienti da tutto il Nord America, durante il quale gli attivisti si incontrano per portare avanti laboratori e momenti di condivisione sui temi che gli stanno a cuore. L’edizione 2012 nella foresta di Allegheny è promossa dal Marcellus Shale Earth First! (il nome, non a caso, deriva da un particolare tipo di scisto ricco di gas naturale che ricopre il bacino degli Appalachi), infatti l’edizione riguarda la fratturazione idraulica, causa non solo dell’inquinamento delle falde acquifere, ma anche dello spostamento forzato di intere comunità dalle loro terre d’origine. La manifestazione offre anche l’occasione di imparare cose utili ai fini dell’attivismo, come arrampicarsi sugli alberi o acquisire conoscenze mediche (questi corsi in particolare vengono tenuti da personale competente, per la sicurezza dei partecipanti) o giuridiche, inoltre come opporre resistenza non violenta. Earth First! è un’organizzazione ambientalista radicale statunitense impegnata nell’azione diretta per difendere “Madre Terra”, i diritti animali e i diritti delle terre indigene. All’inizio del XXI secolo sono ALF (Animal Liberation Front) e ELF (Earth Liberation Front) i gruppi più noti legati all’azione diretta negli Stati Uniti, che include il danneggiamento della proprietà privata, incendi dolosi e liberazione di animali detenuti, azioni di monkey-wrenching (pratica di danneggiamento o sabotaggio di macchinari e strutture), blocco stradale, occupazione di siti e uffici. Azioni portate avanti con determinazione, fino a mettere a rischio l’incolumità degli attivisti. Sarah M. Pike durante le sue ricerche incontra gli appartenenti a questi gruppi, costoro provengono dalle più varie categorie sociali, sono membri di famiglie poverissime o facoltose, studenti o esponenti della working-class: “La maggior parte di attivisti e attiviste che incontrai era giovane (18-30 anni) e per lo più bianca; in merito al genere (autopercepito e autodefinito), registrai un numero leggermente inferiore di donne rispetto agli uomini e una scarsa presenza di persone LGBTQ+ o di genere non conforme”. E inoltre “sono davvero pochi gli attivisti sulle cime degli alberi o in formazioni di blocco che hanno più di trent’anni”. Una parte degli affiliati a questi gruppi è certa che le civiltà industrializzate siano destinate a fallire, pertanto si è allontanata dalle istituzioni e da uno stile di vita ritenuto normale; molti hanno scelto di essere senzatetto, vivono nelle loro auto oppure viaggiano spostandosi da “uno squat anarchico a un campo d’azione”. Durante i raduni vengono serviti pasti gratuiti tre volte al giorno, cucinati da volontari e recuperati tramite donazioni o dumpster diving (c’è chi si occupa di recuperare il cibo scaduto ma ancora commestibile dai cassonetti, l’obiettivo è evitare gli sprechi), con opzioni per tutti, dagli onnivori ai vegani. I partecipanti ai Rendevous supportano la causa animalista ma non si focalizzano su questioni come l’allevamento intensivo, se sia etico mangiare animali o la vivisezione. Durante la settimana dell’evento chiunque può proporre un Workshop, non c’è un comitato di selezione, le persone o si presentano oppure no. La molteplicità di interessi e la loro trasversalità smentiscono lo stereotipo dell’“abbraccia alberi” e il profilo dell’“eco-terrorista della porta accanto”...

Sarah M. Pike è una ricercatrice, saggista e docente di religioni comparate, ha conseguito un dottorato in studi religiosi all’Università dell’Indiana e ha condotto approfonditi studi sul neopaganesimo, i rituali sociali (in particolare nell’ambito di festival e gruppi) e l’ambientalismo radicale. È lei stessa un’ambientalista, è vegetariana, ha partecipato al movimento antinucleare negli anni ‘70 con azioni non violente; ha una lunga esperienza di ricerche sul campo, ha frequentato – impegnandosi come attivista – comunità neopagane nel Midwest. Lo scopo del volume, come viene indicato nell’introduzione intitolata A tutti i cuori selvaggi, – riprendendo le parole di un editoriale del 2014 pubblicato su “Earth First!The Journal of Ecological Resistance” – è quello di indagare “l’attivismo radicale ambientalista e animalista negli Stati Uniti tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo” analizzando attraverso quali vie gli adolescenti si sentono chiamati in campo nella difesa di foreste e animali, in che modo la natura è diventata “sacra” ai loro occhi, al punto da mettere a rischio la loro vita, come ha fatto la diciassettenne Emma Murphy-Ellis che nel 2000, per impedire il disboscamento di una foresta, si è messa un cappio al collo minacciando il suicidio. Scatenante ai fini dell’attivismo è l’impatto emotivo che determinate esperienze hanno avuto sui giovani, in particolare il rapporto che da piccoli si è avuto con la natura e gli animali; inoltre il libro studia gli aspetti rituali che riguardano la “dedizione attivista radicale”, inclusi alcuni tipi di musica (punk rock hardcore) che attraverso i testi diffonde i messaggi ecologicisti, il tutto tenendo conto che le questioni ambientali e animali sono collegate alle battaglie portate avanti a favore della giustizia sociale. Questi attivisti – che sono soliti rinunciare al proprio nome e scelgono nomi simbolici o “nomi foresta” – sono considerati eco-terroristi dall’FBI e per via delle loro azioni distruttive e dei danni economici che causano vengono perseguiti in modo aggressivo e una volta arrestati puniti con condanne pesanti (“il focus temporale di questo libro si colloca tra la seconda metà degli anni ‘90 e i primi anni 2000”). Sono proprio gli anni tra l’adolescenza e la prima età adulta quelli durante i quali prendono forma i valori da difendere e la propria visione del mondo. Si sviluppano consapevolezza, responsabilità personale, la comprensione che esistono vite umane e “altro-da-umane”. La raccolta del materiale e delle testimonianze è basata su colloqui diretti e scambio di mail, anche con attivisti in carcere, e con la partecipazione diretta agli incontri dei gruppi organizzati, la lettura di memoir di attivisti, di pubblicazioni autoprodotte e naturalmente siti online (2006-2016). La Pike non pretende di essere oggettiva, ma cerca di essere equa nel riportare i fatti. Il volume è a cura di Rebecca Rovoletto, architetto, ambientalista e scrittrice, che nel saggio introduttivo sottolinea come vi sia una simmetria tra l’attivismo del Nord America e quello dell’Europa, grazie allo scambio costante di idee e pratiche che “si influenzano e fondono”. “Dagli anni Novanta, la globalizzazione ha segnato in modo sostanziale la sfera attivista: complici la diffusione di internet e la facilità di viaggiare, i flussi internazionali di informazioni, esperienze e competenze si sono intensificati”. Così storie e percorsi all’interno dei movimenti europei sono simili a quelli raccontati nel testo della Pike, che è ricco di citazioni e riferimenti a ulteriori studi nel settore, a cui i lettori possono a loro volta attingere.