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Fubbàll

Fubbàll

Osso viene dai Monti Prenestini: è veloce, il più veloce dei suoi compagni, nonostante il fisico esile. Ama far mulinare le sue gambe senza pensare troppo alla difesa ed all’attacco, infatti a lui basta seguire il pallone e con il pallone seguire i suoi sogni. Per questo quando a vent’anni l’allenatore gli chiede dove vuole giocare, non ha esitazioni: ovunque! In realtà quella è la sua condanna, perché gli appioppano subito la maglia col numero 3, quella del terzino che deve stare in difesa, che non deve superare la linea di centrocampo. Ma lui invece a volte vuole essere anche un 11, un’ala, con licenza di andare avanti, di correre col vento in faccia. Dopo qualche esperienza sui campi minori, approda alla Roma del Mago: giovanissimo, si fa largo nella squadra meritando il nomignolo di Osso Nilton, perché ricorda Nilton Santos, l’Enciclopedia del calcio. L’inizio infatti è promettente, segna un bellissimo gol nella partita d’esordio, con un calcio perfetto nell’incrocio dei pali, ma la sfortuna è sempre in agguato: un incidente, un infortunio, il peggiore che si possa subire. Fa male più dover rinunciare ai propri sogni, ma il ginocchio non va proprio, non ci sono speranze. Osso finisce la sua carriera prima di iniziarla, prima di vedere realizzati i suoi sogni. Non gli resta che vedere le partite da bordo campo, non gli resta che tornare nei campetti di periferie e guardare giocare altri ragazzetti, con le sue stesse speranze e le sue stesse aspettative. E parlare con loro, per spiegare che in fondo quella linea di metà campo si può superare, si deve superare quando si vuole rincorrere un sogno...

Remo Rapino costruisce una raccolta di racconti brevi con un album di figurine, assegnando a ciascun episodio il compito di narrare la storia di un calciatore, distinto per ruolo e per provenienza: dal portiere all’allenatore, dall’agro romano ai campi argentini del Boca Juniors. Per questo i capitoli sono dodici, undici giocatori e l’allenatore. Senza riserve, perché, come ha spiegato lo stesso Rapino ad “Alias”, supplemento de “il Manifesto” del 4 novembre 2023, nel calcio di una volta non c’erano le sostituzioni “e questo rendeva i giocatori ancora più eroici”. La narrazione del fubbàll (dialettismo da cui di conseguenza derivano i fubbàllisti) non ha contorni storici precisi: le storie sono narrate in prima persona da uomini che hanno fatto la resistenza ma che hanno visto giocare il Grande Torino e Maradona. In controluce si leggono le vicende umane di vecchi miti del calcio del ‘900, come Enzo Vendrame (Berto Dylan nel racconto) e Mario Frustalupi (Baffino) che è anche protagonista di una rivoluzione sul modello della democracia corinthiana di Socrates, il calciatore che venne dal Brasile in Italia per leggere Gramsci; c’è anche la sagoma di Paolo Sollier (Pablo, ma qui si gioca con il protagonista della canzone di De Gregori) e del suo pugno proletario alzato al cielo. Accanto ai nomi famosi troviamo anche quello di Giano Baccilleri (Oliviero, l’allenatore), calciatore-allenatore, ma soprattutto partigiano della Brigata Maiella. Sono tutti pretesti per raccontare i valori che oggi il calcio, schiavo di algoritmi e petroldollari, sembra aver perso, un calcio che oggi non c’è più. Per questo, coerente con l’idea dell’eroe, non esiste un limite temporale in cui iscrivere storie e personaggi: è un inno alla libertà, alla creatività, senza tempo, di quando ci si spostava in treno, di quando il sogno iniziava sul campetto dell’oratorio per poi finire sui campi di serie A, ma il calcio non era un lavoro, era un modo di vivere già allora privilegiato, ma vissuto soprattutto come sport collettivo. Al netto di alcune ripetizioni strutturali, l’affresco dipinto da Rapino ha la forza della nostalgia e la freschezza della parola capace di evocare immagini e tratteggiare le varie sfaccettatura dell’uomo che governa il suo destino.