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Un re Lear della steppa

copertina del libro

Una sera d’inverno, sei amici si riuniscono presso un compagno di università. Questo gruppo di amici ama chiacchierare di filosofia e di letteratura e, in quella particolare serata, l’argomento cade sull’universalità dell’opera di Shakespeare. In particolare, i personaggi delle sue opere presentano delle caratteristiche umane applicabili a ogni tempo e a ogni luogo. Le loro passioni sono autentiche, brucianti e innegabili. Ciascuno dei sei concorda, evidenziando come nell’arco delle loro vite sia capitato loro di incontrare un Amleto, un Otello, un Falstaff e persino tiranni come Macbeth e Riccardo III. Invece è proprio il compagno di università, coloro che li ospita, a dichiarare di aver incontrato un Re Lear. Così proprio questo personaggio senza nome inizia a raccontare. Lui passò l’infanzia e la prima giovinezza presso la tenuta della madre, e tra i vicini c’era un Martyn Charlov, un uomo di mole straordinaria, più simile a un orso che a un essere umano per le dimensioni e per la totale mancanza di un collo. Quando si recava a cena dalla madre, era lui stesso a proporre di sedere lontano dal tavolo padronale, per quanto il suo modo di nutrirsi fosse sregolato e spiacevole a vedersi. Charlov sogna la propria morte e, a seguito di quell’episodio, inizia a sentirsi sempre più distaccato dal mondo, al punto da cedere tutte le sue proprietà alle due figlie, come se fosse già morto, e sperando che la sua generosità sia ripagata da una straordinaria gratitudine…

Una dei temi più tipici dell’opera di Turgenev, uno dei giganti della letteratura russa dell’800, è il conflitto generazionale, il modo in cui padri e figli (non a caso il titolo del suo romanzo più noto) si relazionino gli uni con gli altri e di come non sia l’amore la direttrice principale dei loro rapporti. In questo caso, lo spunto del Re Lear di Shakespeare è in effetti una vera e propria riscrittura della tragedia originale. Il tema principale, quello dell’ingratitudine e della discesa nella follia di un padre, diventa un ampio affresco per parlare della società russa dell’epoca e di quella profonda inquietudine che poi porterà ai rivolgimenti del 1905 e del 1917. Turgenev, ovviamente, non poteva saperlo, ma era in grado di toccare con mano i profondi cambiamenti innescati dalla liberazione dalla servitù della gleba del 1861. Non una liberazione istantanea, in cui tutti i servi si risvegliano un bel mattino come uomini liberi, ma una sorta di ipoteca sulla vita di una quantità inimmaginabile di persone per cui, chi ha lavorato la terra, si ritrova a dover ripagare allo stato somme impossibili nell’arco di cinquant’anni. Anche se questo non è il tema principale del libro, è il sottofondo di quel tipo di inquietudine che poi diventerà esplicita nel teatro di Čechov. Tuttavia, mentre in Čechov abbiamo il cannibalismo dei “vecchi” nei confronti dei “giovani”, in Turgenev abbiamo esattamente l’opposto, trasportato peraltro in un piano estremamente terreno. Non è un caso che la follia di Charlov si consumi nel fangoso inverno russo, forse anche peggiore rispetto al rigore della stagione più fredda. Nello sfondo, la consumazione di una crudeltà così profonda, da divorare anche gli aspetti più ridicoli di questo Re Lear della steppa, in una tragedia immane e allo stesso tempo estremamente cupa.