Salta al contenuto principale

Riti privati

Riti privati

Piove incessantemente da quindici giorni. Il campo da calcio non esiste più, i tombini sono straripati e perfino la stazione di servizio è ormai inaccessibile. Nessuna tregua per un mondo che sembra voler sprofondare su sé stesso. Il palazzo in cui lavora Isla, nel quale condivide lo studio con altri due terapeuti, è in alto, al sicuro da quella pioggia torrenziale che sta divorando le città così come le abbiamo sempre conosciute. Ma la vita, si sa, va avanti comunque. Quando la telefonata che annuncia la morte del padre la raggiunge, Isla è con un nuovo paziente: un uomo esorcizzato dagli spiriti maligni ad appena diciassette anni. A chi dare per prima la notizia? A Morven, la sua quasi ex moglie, oppure alle sue due sorelle, Irene e Agnes? Stephen Carmichael, l'architetto artefice di alcune delle più grandi opere edilizie di quell'epoca così confusa e assurdamente apocalittica, è il fautore dello “slancio verticale di una popolazione in fuga dall'acqua”. Da circa un decennio la gente vive come può: c'è chi può permettersi di abitare in costruzioni alte, solide e asciutte, e chi invece si ammassa in palazzoni umidi e ammuffiti. Eppure, la quotidianità sembra non aver subito variazioni. Il tempo scorre come sempre, gli appuntamenti vengono rispettati, i libri letti. Anche il rapporto tra Isla, Irene e la loro sorellastra Agnes resta immobile, sospeso tra non detti, silenzi e fratture di cui quell'uomo, che oggi non c'è più ma sembra più vivo che mai, è stato il principale artefice. In una realtà inedita si snodano le vite di tre sorelle lontane e diverse tra loro, accomunate però da un destino familiare che ha segnato la loro esistenza molto più di quanto esse stesse siano disposte ad ammettere…

Nota al grande pubblico prima con Salt Slow (2019), che le è valso il White Review Short Story Prize, e poi con Le nostre mogli negli abissi (2022), Julia Armfield non ha mai fatto mistero delle proprie influenze letterarie: da H.P. Lovecraft a Shirley Jackson, fino ad arrivare a Stephen King. Pesi massimi della letteratura gotica e horror che hanno inciso profondamente sulla formazione di una scrittrice promettente e immediatamente riconoscibile per stile e tematiche. Riti privati, infatti, è al tempo stesso una distopia climatica, un dramma familiare e un romanzo queer. Un testo che porta a galla – è proprio il caso di dirlo – molteplici aspetti di una società futura che ci appare lontanissima, pur non essendolo mai davvero. In Riti privati, Armfield sembra compiere un’operazione simile a quella portata a termine dal regista Joachim Trier in Sentimental Value, il film presentato al Festival di Cannes nel 2025. Entrambi raccontano il rapporto padre-figlia non tanto come trauma esplicito, quanto come il vuoto lasciato da una figura genitoriale incapace di amare in modo comprensibile e riconoscibile. Mentre Gustav Borg, nel film, è un padre che ritorna dopo anni di assenza portando con sé tutto l’egocentrismo di un regista affermato, Stephen Carmichael è una presenza quasi corporea, più concreta di un fantasma che continua ad aleggiare sulla vita delle figlie. La sua morte non le libera; al contrario, le costringe a vagare in un labirinto di insicurezze e fragilità costruito come una delle sue mirabolanti opere architettoniche. Molti hanno notato e apprezzato il riferimento piuttosto esplicito a una delle più celebri tragedie shakespeariane, Re Lear. In un’intervista a “Vogue”, la stessa autrice sembra aver confermato il legame tra i due testi, che mettono in scena, seppur in modi differenti, “la natura spesso inevitabile e soffocante dei legami familiari”. Il senso di decadenza e inquietudine generato dalle piogge incessanti – vere protagoniste della storia, forse più delle stesse figure umane – permea l’intera atmosfera del romanzo, rendendola opprimente e asfissiante. Se, da una parte, questo nuovo modo di interpretare la distopia risulta interessante e innovativo, dall’altra i personaggi femminili della storia – Isla, Irene e Agnes – restano inaccessibili, quasi inafferrabili. La difficoltà di empatizzare con loro, vittime di un padre ingombrante che continua a “inumidire” le loro vite anche dopo la morte, è evidente e si avverte con forza, nonostante l’intenzione di Armfield sembri essere proprio quella di costruire figure emotivamente sfuggenti. Appartenenti ad una sfera sociale borghese e privilegiata, gran parte delle loro preoccupazioni ruota attorno a questioni personali e relazionali, mentre il mondo intorno sta letteralmente collassando sotto il peso della crisi climatica. Non sono né buone né cattive; forse moralmente discutibili, ma neppure questo aspetto riesce a conferire loro quella fascinazione che avrebbe potuto aggiungere un ulteriore livello di profondità a una storia che possiede tutte le carte in regola per funzionare e per farsi promotrice di una vera e propria rivoluzione narrativa.